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Vocazione è quello che uno è

I

Gv 15, 4-11  4Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me.  Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e colui nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.  8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. 9Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore.  10Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.  11Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa.*

Questa traduzione invece di rimanere sceglie dimorare. Dimorare nel suo amore, dimorare nel cuore di Gesù, dimorare in Lui perché la Sua gioia dimori in noi e la nostra gioia sia piena. Dimorare in Lui, osservare i suoi comandamenti (che ci amiamo come Lui ama noi), bruciare e consumare in questo fuoco il nostro ego e così portare frutto ed essere Suoi discepoli, Suoi amici, figli e fratelli.

Dove il tuo cuore arde e brucia? Dove è trafitto dall’amore di Cristo? Come, quando e dove il tuo capo è poggiato sul cuore di Gesù e il tuo cuore dimora in Lui? Dove, come, quando, in che cosa la tua gioia, la tua vera gioia è piena?

È, questa, innanzitutto una domanda sull’origine del proprio essere cristiani. È possibile infatti ravvisare alcuni indizi, alcuni sprazzi che stanno all’origine della propria personalissima conversione, del proprio personalissimo incontro con il Signore risorto. Come tutto è realmente cominciato? Che sfumature ha, che dettagli compongono, da che tasselli è formato il Volto che i tuoi occhi si trovano a contemplare?

Non sono domande semplici, come non è semplice la risposta ad esse. È però possibile cominciare a rispondere a poco a poco se si lascia entrare in noi un silenzio buono, quello della memoria. Si parte magari da un dettaglio che ha aperto il nostro cuore la prima volta. Da lì tutto prende vita, si amplia. Si amplia e si specifica al tempo stesso. Occorrono esplorazioni in profondità per rispondere a tali questioni.

Quando è accaduto e di che cosa era fatto il desiderio di «qualcosa che non potrà mai essere descritto»[1]? Di fronte a che cosa si è stati soverchiati, capovolti? Da che cosa si è stati raggiunti?[2]

Durante una vacanza successiva all’esame di Maturità, io mi trovavo nel giorno del mio compleanno, in un rifugio di montagna appena sveglio che stavo contemplando ancora addormentati i tre amici più cari che avessi.

Furono giorni ricchi di tanto buon cibo, tanti buoni dialoghi, tante buone passeggiate e autentica amicizia. L’amico che aveva organizzato il viaggio e prenotato il rifugio, addirittura ci aveva fatto pagare pochissimo, colmando di tasca sua il resto. Ma non fu questa cosa così poco straordinaria a ferirmi a morte. 

Avevo incontrato persone che nutrivano un genuino e gratuito desiderio di conoscere me, avevo incontrato persone con cui poter condividere come pane spezzato interessi, passioni, domande…amicizia!

Ma è ancora insufficiente…

Qualche giorno dopo mi fu donata sulle note di una canzone di Gaber una parola preziosa per descrivere che cosa aveva trafitto il mio cuore in quel momento, trafittura che Lewis chiama Gioia: appartenenza, “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”.

Sulle note di quella canzone, sulla potenza del suo ritornello e del suo verso finale versai fiumi di lacrime. Poi quel nome nell’arco di qualche anno fu superato in pienezza: comunione fraterna, comunione delle persone.

Riesci ad afferrare la concretezza di ciò che sto domandando?

In quel momento è iniziato per me una ricerca insistente per cercare di carpirne l’origine, la sostanza, la strada. Che cosa di talmente potente mi aveva raggiunto e aveva trafitto il mio cuore? Che cos’era accaduto dentro e attraverso e oltre una semplice e genuina condivisione fraterna di tanto buon cibo, tante buone risate, tanta buona musica, cieli stellati, montagne innevate, dialoghi di cuore, da cuore a cuore?

Che cosa aveva raggiunto il mio cuore con tanta forza da scuoterne le fondamenta?

È una ricerca di cui ho cominciato ad appuntarmi durante un’altra piccola vacanza, una festa di capodanno e che continua fino ad oggi e si approfondisce, procede di domanda in risposta che sottende un’altra domanda senza mai sostare soddisfatta. O, meglio, è un affresco che guadagna, a poco a poco, di dettaglio e di colore.

Occorre prendersi del tempo per meditare i prodigi, le trafitture, le ferite, le gioie e i desideri particolarissimi che sono accaduti lungo il tempo e lo spazio del nostro cammino.

Non occorre avere fretta di capire subito[3].

È necessario innanzitutto del tempo per contemplare.

In Cristo infatti strada e meta coincidono, sono Cristo stesso, cioè lo stare in compagnia di Cristo.

Questo prima di tutto.

Là dove impari ad amare come Cristo, ad amare Cristo, a essere amato da Cristo, ad amare chi ti è prossimo, ad amare te stesso come Cristo ti ama, ecco lì sei in compagnia di Cristo, lì Cristo non è lontano dal tuo cuore.

Che cosa significa tutto ciò che non stento a credere risulti criptico?

Guardando il mio passato remoto e recente, significa molto, significa tante cose. Occorre avere del tempo per riprendere questo tema (musicale) e ampliarlo, approfondirlo con racconti, aneddoti. La lettera infatti uccide. È solo il Verbo che vivifica. Occorre un dialogo: da coltivare innanzitutto nel silenzio della propria memoria, un dialogo dell’anima con sé stessa e con Dio.

«Silenzio, Silenzio, Silenzio

Questo silenzio tra Dio e l’uomo è la presenza dell’Essere. Tale presenza parla! Allora, quando scorrono le parole, queste provengono dal cuore dell’unica identità di ciascuno. Un’identità che solo il Padre Celeste conosce, giacché è nascosta persino ai nostri stessi occhi»
Michael D.O’Brien

Tutto ciò esplode maggiormente nel dialogo vis a vis, da cuore a cuore con persone realmente capaci di ospitare la nostra storia, la nostra persona, con persone che possano essere fratelli nello spirito, cioè profondamente amici.

«In questo tipo di affetto [l’amicizia] – come disse Emerson – “Mi vuoi bene?” significa: “Vedi la stessa verità?”, o, per lo meno, “Hai a cuore la stessa verità?”. Se la risposta sincera alla domanda: “Vedi la stessa verità?” fosse: “Non vedo niente e non mi interessa niente; voglio soltanto un amico” […] allora non potrà nascere alcuna amicizia – anche se potrà nascere del semplice affetto. […] Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio».
Clive Staples Lewis

Quando accade un dialogo di questa fattura, di questa caratura, potendo guardare negli occhi la persona con cui si sta parlando, avendo presente dinanzi a sé il volto dell’altro senza la paura di non essere compresi, di essere ridotti, schiacciati, soppressi dall’incomprensione altrui, è un miracolo.

«Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci sì vergogna, perché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori.
Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare».
Stephen King

Occorre lasciare che queste domande lievitino. Occorre curarle, custodirle nel proprio cuore, meditarle, non lasciando che il vento le disperda!

II

Le riflessioni che ho mosso, le domande che ho posto non sono innanzitutto domande circa la forma vocazionale, ma domande sull’origine della propria conversione, sull’origine del proprio incontro con Cristo, ciò da cui tutto è partito.

Non sono riflessioni e domande volte a svelare la missione specifica che ognuno di noi ha e avrà nella vita della Chiesa e del mondo. Sono riflessioni e domande che vengono prima, sono anteriori, propedeutiche.

Quando stavo scrivendo avevo in mente anche Lewis, io che posso considerarmi un figlio spirituale di Lewis. Avevo in mente l’autobiografia di Lewis che altro non è che un suo tentativo di raccontare dell’origine e della sostanza della sua conversione, che in lui aveva a che fare con cose molto concrete come i miti del nord europa, la letteratura, passeggiate in montagna, le montagne, passioni vissute sempre in compagnia di e in rapporto ad amici che le alimentavano e davano loro vita.

In un certo senso quindi erano sì domande sulla vocazione, ma sulla prima vocazione, sulla prima chiamata che noi abbiamo finalmente per la prima volta avvertito come tale (Dio ci chiama fin dall’origine di noi stessi, ci crea e lo fa continuativamente, anche ora!) fino a riconoscere che fosse il Signore. Per Lewis avvenne così e tutto cominciò sulle parole «Piangete tutti perché Balder il bello è morto, è morto». Solo dopo anni e anni comprese che quel Balder il bello era veramente morto ed era veramente risorto ed era vivente, perché era la Vita, e il suo nome era Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente.

Le riflessioni e le domande che ponevo erano sì vocazionali, ma, in un certo senso, su quella parte della vocazione che trova le risposte alle domande «Da dove vengo? Chi sono?» e non tanto sulla domanda finale, formale della vocazione «Dove vado?». La vocazione della vita è di fatto una sola, Gesù Cristo stesso e il rapporto con Lui, maturando nel quale, matura anche una forma che è sempre una scoperta e una sorpresa piantata in noi come un seme che cresce e sboccia nel germoglio. Lewis dopo aver passato una vita da appassionato studioso, ricercatore, professore, alla veneranda età di 59 anni sposò Helen Joy Davidman Gresham a sette anni dal loro primo incontro epistolare, cinque dal loro primo incontro personale. Da padre spirituale di tantissime persone in Inghilterra e in giro per il mondo è potuto diventare anche marito e padre adottivo.

[*] “Lectio divina” con i seminaristi: parole del santo padre Benedetto XVI, Cappella del Seminario Venerdì, 12 febbraio 2010

[1] «Desiderai con quasi dolorosa intensità qualcosa che non potrà mai essere descritto (so solo che era gelido, spazioso, severo, tenue e remoto) e infine, come negli altri casi, mi ritrovai nel medesimo istante già lontano da quel desiderio e bramoso di riaccedervi», C. S. Lewis, Sorpreso dalla Gioia; Intorno al desiderio-gioia di C. S. Lewis; La trafittura della Gioia in C.S. Lewis: parte prima; La trafittura della Gioia in C.S. Lewis: parte seconda.

[2] Il persistere della domanda del desiderio.

[3] I principali erramenti nella Gioia.

About Francesco Tosi

Francesco Tosi: 1986 Rimini, avevo così voglia di vivere che sono nato prima di nascere (al quinto mese), poi ho continuato a nascere e rinascere nel corso della mia vita, in spirito, acqua e sangue. Filosofo per forma mentis e formazione, letterato e Teo-filo per passione, editore digitale per professione, fanno di me un cultore del verbo e servitore della parola (altrui). Autore di tesi di laurea su un cardinale della Chiesa Cattolica, ex gesuita, von Balthasar, e su un letterato anglicano, Lewis che hanno in comune una visione teo-drammatica dell’esistenza, sto ultimamente dilettandomi nella loro revisione e pubblicazione.

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