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Io sto coi catalani

Innanzitutto devo chiedere scusa a chiunque abbia aperto l’articolo, poiché il titolo è quel che nel linguaggio della rete viene comunemente detto “clickbait”, letteralmente un “amo per click”, una calamita per visualizzazioni, e di fatto non rappresenta propriamente il mio punto di vista. Esso sarebbe meglio rappresentato da un titolo come “io starei coi catalani”, o “io potrei stare coi catalani”; ma non sarebbe altrettanto d’effetto. D’altronde internet funziona come un grande mercato e vende di più chi sa rendere più accattivante e invitante il proprio prodotto. Ora, io non vendo, nel senso stretto del verbo, un bel niente; ma ho interesse che ciò che scrivo venga letto, perciò ho scelto un titolo decisamente accattivante, in questo momento; il che mi porta al primo punto della breve riflessione che voglio fare sulla Catalogna. Il fatto che questo titolo sia così attraente per le freccette del vostro schermo è dovuto a uno strano fervore che ha pervaso i nostri salotti e i nostri tg, per non parlare appunto dei social network; un fervore a tratti esagerato, dicono alcuni, dal momento che la faccenda poco o niente ci riguarda come cittadini italiani. Ma io penso, al di là dei motivi che possano spingere ognuno a tifare per Madrid o per Barcellona, che la faccenda ci riguardi eccome, invece. Non è la prima volta che una realtà nazionale si trova preda di moti particolari, di spinte intestine che tendono a volersi smarcare dal governo centrale. È una storia vecchia come il mondo e ne abbiamo esempi illustri nella storia recente; come il Tibet, che ancora lotta per affermare la propria indipendenza, o la Scozia, uscita qualche anno fa tale e quale da un referendum che avrebbe dovuto vederla sgusciare via dall’egemonia britannica. Persino qui in Italia abbiamo una Sicilia sempre più insofferente nei confronti di un Italia che dovrebbe portarla sul palmo della mano e invece la tratta come un’appendice ai limiti del terzo mondo; o il Veneto, che minaccia da anni ormai un referendum volto a staccarsi da quella nazione che succhia le sue risorse per ingrassare le pance di “Roma ladrona”.

Insomma, ognuno ha i suoi motivi, ma ci sono sempre state e sempre ci saranno realtà particolari che vogliono rendersi indipendenti. È però curioso il doppiopesismo che certuni applicano. Alcuni che ieri plaudevano all’iniziativa del Veneto, oggi sputano sul referendum catalano; altri che normalmente s’inalberano alla vista di un poliziotto in tenuta antisommossa, ora godono nel vedere i catalani malmenati dalla polizia spagnola. Non ho ben chiari i motivi di questa ambivalenza. Forse i catalani si stanno facendo promotori di un’ideologia europeista più che nazionale, e questo non va giù ai meloniani convinti che al solo sentir parlare di euro svengono; d’altra parte, forse Barcellona si sta facendo portavoce di un popolo, quello della Catalogna, che per la maggior parte non vuole la secessione. Ma in entrambi i casi, mi paiono motivazioni troppo deboli per appoggiare una secessione e rigettare l’altra. Se proprio la Catalogna non desidera l’indipendenza, e questa è solo la mania di qualche esaltato, allora un referendum è la cosa migliore per metterlo a tacere e riportare la pace. Altrimenti sarebbe come dire che sappiamo per certo che Tizio non vuole quella caramella, ma non vogliamo lasciarlo decidere proprio perché non la vuole: non fa una piega.

Ma soprattutto, c’è una cosa che nessuno pare tenere in conto: la libertà. Una nazione è una creazione puramente spirituale, come diceva Chesterton. Se con uno schiocco di dita potessimo far scomparire gli esseri umani e le loro opere, non ci sarebbe nulla a testimoniare che varcate le Alpi non è più Italia ma Francia, e questo perché Italia e Francia non esisterebbero. Nazioni, lingue e via discorrendo sono prodotti umani e come tali vanno trattati. Una cultura, una lingua, una realtà politica hanno la loro importanza, ma questa non può prevalere sul diritto di un popolo di essere libero. Ora io non dico che l’Italia debba prendere in seria considerazione l’idea di lasciarmi creare uno stato in casa mia e chiamarlo Edoardolandia, con tanto di bandiera e lingua nazionale. Ma trovo assurdo che un popolo con proprie usanze, una propria lingua (il catalano è la prima lingua insegnata a scuola, mentre lo spagnolo è relegato a un paio di ore a settimana), et cetera non possa anche solo prendere in considerazione la possibilità di diventare una realtà a sé. Si parla della libertà di autodeterminazione di un popolo, non della follia di quattro ciabattari.

Sopra ogni cosa, infine, è incredibile la violenza con cui si sta reprimendo la cosa: seggi forzati, gente picchiata, siti oscurati. Europa e America storcono il naso di fronte alle spacconate del cicciobello nordcoreano (tanto che quel genio di Alfano ha deciso di espellerne l’ambasciatore), ma a quanto pare i dittatori ce li abbiamo in casa. E nemmeno ce ne rendiamo conto, e il cattivo è una vecchia signora che viene trascinata via dalla polizia.

About Edoardo Dantonia

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Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.

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