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Il pubblico ha rotto il c***o!

Non sono un estimatore di Riccardo Scamarcio, ma faccio parte di quelli che hanno accolto con estrema soddisfazione il suo intervento presso il Bif&st di Bari di quest’anno, quando cioè si è sfogato dicendo: “Il problema è il pubblico, e scusate ma voi rompete il c***o. […] Voi volete interagire con lo spettacolo, volete applaudire, ma che c***o applaudite?”. Nonostante i francesismi, o forse proprio grazie a quelli, è infatti riuscito ad esprimere con efficacia un concetto che mi è particolarmente caro: l’artista deve infischiarsene del pubblico. Il rapporto attore-spettatore, ma anche più in generale artista-fruitore, non può e non dev’essere biunivoco. L’artista non deve nulla al pubblico, non deve accontentarlo, ricercarne l’approvazione. Il pubblico dev’essere amante dell’arte e dell’artista, non viceversa. Questo non perché l’artista sia una sorta di divinità inarrivabile, ingiudicabile e via dicendo, ma perché se lo definiamo artista è per un motivo ben preciso, cioè perché produce, si occupa di arte. C’è chi si occupa di assicurazioni ed è quindi detto assicuratore; c’è chi si occupa di frutta ed è quindi detto fruttivendolo; c’è chi si occupa di soldi ed è quindi detto usuraio (o era banchiere?); infine c’è chi si occupa di arte ed è per questo detto artista. Ma perché dunque non ci sogneremmo mai di insegnare a un assicuratore come far contrarre una polizza, o a un fruttivendolo quali siano le mele migliori, mentre allo stesso tempo pretendiamo di avere voce in capitolo nel campo dell’arte? Non affideremmo mai la costruzione di un palazzo di venti piani a un panettiere; e allora perché affidiamo la realizzazione di un’opera d’arte al gusto di chi non coltiva il gusto, al giudizio di chi non possiede gli strumenti per giudicare? Scamarcio ha aggiunto infatti: “Per il pubblico, per il pubblico, per il pubblico. E basta, a ognuno il suo mestiere. Anche perché io mi so’ pure rotto. Se no salite sul palco e fatelo voi lo spettacolo”. L’arte è diventata invece prestazione, performance, si è piegata al volere del pubblico. L’arte è diventata in tutto e per tutto un prodotto. Così non soltanto i nuovi mecenati finanziano solamente ciò che vende, il che può anche essere comprensibile in un’ottica commerciale, ma anche i registi si sono resi schiavi dello spettatore, pur di ottenere gloria e ammirazione.
I cinecomic moderni ne sono un esempio illustre, dal momento che anche i film ispirati ai fumetti DC hanno ceduto al ricatto di un pubblico facilone e svogliato, che preferisce film banali e ai limiti della parodia a film più impegnati e complessi. Alla sua uscita, infatti, Batman vs Superman fu accolto con estrema freddezza. La pellicola in sé ha dei difetti oggettivi, dunque non starò qui a difenderla. Il problema sorge però quando un film che di problemi ne ha molti di più, cioè il recente Justice League, viene accolto con estremo entusiasmo solo perché Warner Bros si è adattata al mercato e ha creato una specie di copia malriuscita di Avengers, con una trama che definire banale è un generoso complimento e situazioni forzatamente comiche. D’altronde, è noto che Snyder ha dovuto abbandonare il progetto anzitempo per affidarlo nelle mani di Joss Whedon, regista di niente popò di meno che Avengers. Come sono noti tutti i tagli e le aggiunte, che hanno non solo rovinato il film in sé, ma ne hanno anche compromesso la comprensione; infatti le critiche mossegli riguardano principalmente la scarsa chiarezza della trama, ca va sans dire. Si può dire tutto su Batman vs Superman, ma non che abbia puntato a ribasso. Ed è stato questo, secondo me, ad essergli valso un giudizio così duro dato da un pubblico che ha pure preteso di ammantarlo di non si sa quale autorevolezza.
Detto questo, devo pur ammettere che molte opere nemmeno esisterebbero senza il supporto, per così dire, del pubblico; in primis i film con i supereroi per protagonisti. Ma questa non deve diventare la giustificazione di una svendita di idee, di un asservimento dell’arte non tanto al denaro, quanto al gusto della massa. Anche e soprattutto perché la massa si può educare. Ed è la massa che deve adattarsi al prodotto dell’arte, non viceversa. Pensate se Michelangelo si fosse piegato al giudizio di qualche bottegaio, per realizzare la Sistina; o se Dante avesse chiesto un parere stilistico a un fornaio, prima di scrivere i suoi versi. Oggi la gente crede d’essere esperta di tutto perché ha ricevuto una vaga e generale istruzione su tutto. Ma come non si può essere meccanici per aver avvitato qualche bullone, non si può magicamente diventare critici per aver studiato arte al liceo o aver partecipato a qualche corso extracurriculare.
La democrazia non è mai stata applicata in politica; non veramente, non profondamente. E nel frattempo, paradossalmente, ha fatto irruzione nell’unico ambito in cui non avrebbe mai dovuto mettere piede: l’arte.

About Edoardo Dantonia

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Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.

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