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Meno liberi di un servo

Siamo soliti pensare alla servitù medievale come servitù della gleba, come a una forma di schiavitù peggiore di quella antica, una condizione in cui un essere umano valeva meno di una zolla di terra. Servi della gleba, usato in maniera dispregiativa, è uno di quei concetti che ci vengono impiantati in testa, vuoi per semplicità, vuoi per pura malafede, fin dalle prime classi delle elementari.

Ora, il grosso problema di questa espressione non è la sua veridicità o meno: in qualche modo è vero che esistevano accanto ai servi veri e propri, cioè quelli che verranno poi detti sclavi/slavi, i cosiddetti servi casati, cioè servi vincolati al lavoro della terra del padrone tanto quanto qualunque altro attrezzo agricolo o bene. Ma nessuno ci ha mai detto, se non tra le righe, timidamente, che questi servi erano liberi, non appartenevano al padrone come gli sclavi, che erano nient’altro che quel che rimaneva della schiavitù romana (anche se ora nessuno aveva più il diritto di vita o morte su di loro); tanto che vivevano in una casa tutta loro.

Il fatto che fossero liberi può sembrare una bazzecola, dal momento che il vincolo che contraevano col padrone li rendeva di fatto possesso di quest’ultimo, cosicché potevano essere venduti assieme a tutti i suoi beni; ma non lo è. Essi infatti, essendo liberi, liberamente sceglievano di vincolarsi a questo tipo di “contratto”. Nessuno li prendeva con la forza; non c’era niente, se non la fame, che potesse costringerli a diventare giuridicamente un bene come un aratro o un sacco di sementi. Ma allora che cosa li spingeva a un tale accordo? Ai nostri occhi deve sembrare una barbarie veramente disdicevole, noi che siamo così liberi, mentalmente e fisicamente. Deve apparire davvero lontano nel tempo e nella morale pensarci proprietà di qualcuno. Non ci potrebbe mai passare per la testa che un tale sistema fosse, per certi versi, più vantaggioso del nostro: che paradosso sarebbe! Eppure è proprio quel che penso fosse. Un servo casato, un servo della gleba, si vincolava sì alla terra; ma così facendo vincolava la terra a sé. Essere “venduti” insieme alla terra, significava non poterne essere privati. A differenza di oggi, dove ogni giorno vediamo aziende chiudere o essere vendute o trasferirsi, lasciando a casa migliaia e migliaia di persone.

In che cosa siamo più liberi, noi uomini del Duemila, rispetto a un uomo del Mille? Possiamo blaterare di quel che ci pare su Internet o per strada? Possiamo andare a letto più o meno con chi vogliamo? Be’, si potranno considerare indubbiamente come delle gran belle cose, dei passi avanti fantastici; ma io non mi ci consolo quando non trovo un lavoro, o quando, se lo trovo, devo tenermelo stretto sottostando ai diktat più astrusi di chi me lo concede come una grazia.

Lungi da me negare i progressi fatti negli ultimi secoli. Ma il progresso non è solo tecnologico; non dev’essere solo tecnologico. Sono grandi strumenti i computer e gli smartphone e certamente attendo con ansia di guidare un’auto elettrica (se non altro per provarla). Ma a cosa mi serve tutto questo se non sono libero di vivere del mio, di possedere una casa, di metter su famiglia?

A cosa mi serve tutto questo progresso, se di fatto non sono più libero di un servo di mille anni fa?

About Edoardo Dantonia

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Edoardo Dantonia: classe 1992, sono il più giovane e il più indegno di questo terzetto di spostati che si fa chiamare Schegge Riunite. Raccontavo storie ancor prima di saper scrivere, quando cioè imbastivo veri e propri spettacoli con i miei pupazzi, o quando disegnavo strisce simili a fumetti su innumerevoli fogli di carta. Amante della letteratura, in particolare quella fantastica e fantascientifica, il mio sogno è anche la mia più grande paura: fare della scrittura, cioè la mia passione, il mio mestiere. Ho esordito lo scorso settembre col mio primo libro, Rivolta alla Locanda, racconto umoristico ispirato al mio modello letterario, Gilbert Keith Chesterton.

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