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Al di fuori del tao: la via innovatrice coincide con la tragica via dissolutrice nietzscheana

L’abolizione dell’uomo (AoM) #5
Al di fuori del tao: la via innovatrice coincide con la tragica via dissolutrice nietzscheana

L’errore principale dei novatori non è consistito principalmente nella considerazione circa l’assoluta primarietà della ragione umana, quanto invece e soprattutto nell’aver preteso di strappare l’uomo dalla sorgente divina del suo essere, dalla sua affettività e infine – e come diretta conseguenza – dalla sua stessa razionalità nella convinzione di potere essi farlo progredire fino all’autorealizzazione[1].

All’interno della trattazione di The Abolition of Man Lewis indica la possibilità di un percorso di progressione della dottrina del valore oggettivo e indica due possibilità alternative di sviluppo: dall’interno della dottrina stessa e nella sua accettazione (from within) o al di fuori della dottrina e in contrapposizione con essa (from without) nel tentativo di innovazione. La via inevitabilmente raggiunta dagli innovatori coincide con la seconda alternativa.

Lewis fa coincidere dal punto di vista antropologico la via degli innovatori con la via nietzscheana di smantellamento e demolizione complessiva della morale in quanto tale, “liberazione” dalla trascendenza in quanto tale e infine abolizione dell’umanità in quanto tale[2]: la ragione, la verità e la morale con la negazione di Dio altro non sono che false divinità[3]. Inoltre dal punto di vista antropologico e metafisico ne rappresenta certamente l’esito più maturo.

Il vento di cambiamento è così radicale da soffiare in direzione non del giungere a comportarsi come bestie, ma dell’arrivare a credere di essere e a pensare come bestie.

Se infatti l’uomo non ha in passato mai obbedito fedelmente al tao, in ultima analisi vi credeva e provava colpa e vergogna per non riuscire a seguirlo.

La via nietzscheana si pone invece nella maniera più totale in contrapposizione con il tao e consiste nella “trasvalutazione di tutti i valori” operata dall’uomo nuovo: l’oltre-uomo al di là del bene e del male.

Il tentativo operato dagli innovatori di Lewis è il medesimo operato nella via nietzscheana: totale e violento rifiuto di una legge dell’essere, di un dio, di un ordine morale extraumano, dell’esistenza di una natura umana che non si identifichi se non con l’io voglio[4].

La conquista del potere degli innovatori sulla natura umana è il risultato che la filosofia di Nietzsche ha tra le sue premesse. L’oltre-uomo strappatosi di dosso il limite della propria natura è il senza volto e il senza identità[5], un uomo sempre nuovo la cui vita coincide con l’invenzione di sé stesso e la valutazione con la creazione di valori, in una distruzione e ricreazione continua di valori plasmati e riplasmati  continuamente[6].

Nietzsche proclama la morte del Dio cristiano, uccide il Dio cristiano. Non è semplicemente una espressione verbale, non è un lamento né una battuta sarcastica. È una scelta, un’azione[7]: «“La morte di Dio non è per lui un fatto terribile , essa è voluta da lui”. Se Dio è morto “siamo noi ad averlo ucciso […]. Noi siamo gli assassini di Dio»[8]. Nel mondo così privato di Dio l’uomo è lasciato come uno spirito libero. Nulla è più proibito. L’uomo ha la possibilità di diventare creatore di sé stesso. Proclamata la fine di Dio, dell’orizzonte ultimo e trascendente della vita umana, l’uomo è chiamato a fare di sé questo orizzonte.

Per questa ragione egli è innominabile poiché nell’orizzonte finito che racchiude la sua esistenza divenire ed essere coincidono[9].

L’oltre-uomo è sballottato dalla fatalità in modo analogo a quello degli innovatori: entrambi condividono la chiusura nel limite dell’orizzonte finito. Se però lo scopo degli innovatori consiste nello strenuo quanto impossibile superamento del limite dal di dentro di esso, l’oltre-uomo, in modo assolutamente paradossale, accoglie e ama la fatalità del limite prendendo parte alla macabra danza della natura naturans che si spinge fino all’accettazione dell’eterno ritorno dell’identico: «egli può passivamente entrare nella rotazione immensa e disperante, ma può anche partecipare a questa forza dominatrice che in questo modo tutto muove; può soffrire la legge ferrea del determinismo universale, ma può anche essere nella libertà di questa stessa legge; può amare la fatalità fino a immedesimarsi con essa: Amor Fati»[10].

Il tentativo di liberazione da Dio compiuto da Nietzsche riesce a fondare e a rendere internamente coerente il tentativo di buddismo europeo concepito da uno dei suoi maestri[11].

Al tempo stesso però questo surrogato ateistico della morte di Dio lo conduce alla deriva[12]. Nietzsche prima degli innovatori conosce il fallimento esistenziale dell’immane tentativo di emancipazione dal tao e da Dio e di elevazione dell’uomo al di sopra del proprio limite. La condizione finita ed essenzialmente limitata dell’esistenza umana ricadono sull’uomo fino a schiacciarlo. L’estremo eroico tentativo di rinserramento nel limite, di accettazione e di accoglimento dello sposalizio dell’uomo con la natura e del divorzio dalla superstizione del cielo, per quanto possa essere condotto nello sforzo di amare questa condizione fino alla disponibilità dell’eterno ritorno dell’identico in un atteggiamento di amor fati, conduce presto o tardi alla tragedia della schiavitù del nulla della sola natura umana, del nulla dell’essere umano isolatamente concepito.

«Io devo perseverare nel mio sogno, se non voglio andare alla deriva; il momento in cui diedi origine al ritorno è immortale e per amore di questo momento devo sopportare il ritorno»[13]. Il suicidio cominciò a diventare per Nietzsche «un pensiero relativamente gradito»[14]. Egli venne infine sopraffatto dalla follia[15]. Giunse a condividere metaforicamente il fato del suo dio prescelto, Dioniso, fatto a pezzi dai Titani, forze oscure degli Inferi[16].

Quale dunque tra le varie concezioni della dottrina del valore oggettivo propone invece una visione dell’uomo integrale, dove lo spirituale e il corporale siano chiamati alla reciproca integrazione favorendo una dinamica di personalizzazione e non di spersonalizzazione? In quale tra queste concezioni ragione ed emozione, ragione e desiderio giungono a una integrazione compiuta?

Lewis mostra l’esistenza e al contempo la necessità di una via di sviluppo all’interno del tao. Egli crede fermamente e dogmaticamente nel oggettività del valore e aderisce a una regola, a una misura e a una autorità che paradossalmente non sono tiranniche e a una obbedienza che non è schiavitù[17].

Solamente all’interno della struttura delle verità in esso contenute la persona umana può costituirsi in modo solido e pienamente libero.


[1] Cfr. Serretti 2008, p.68.

[2] Cfr. Kreeft 1994, p.88.

[3] Cfr. Kreeft 1994, p.37.

[4] Cfr. AoM, p.65.

[5] Cfr. Vattimo 2003, p.9.

[6] Cfr. De Lubac 1992, p.54.

[7] Cfr. De Lubac 1992, p.43.

[8] De Lubac 1992, p.43.

[9] Cfr. von Balthasar 1977, p.54.

[10] von Balthasar 1977, p.55.

[11] Schopenhauer.

[12] Cfr. von Balthasar 1977, p.54.

[13] von Balthasar 1977, p.55.

[14] von Balthasar 1977, p.55.

[15] Cfr. Kreeft 1994, p.82.

[16] Cfr. Kreeft 1994, p.82.

[17] Cfr. CSLaP:TG&B, “The Abolition of Man: C.S. Lewis’s Prescience Concerning Things to Come”, Kindle Edition, pos. 1055; Cfr. AoM, p.81.

About Francesco Tosi

Francesco Tosi: 1986 Rimini, avevo così voglia di vivere che sono nato prima di nascere (al quinto mese), poi ho continuato a nascere e rinascere nel corso della mia vita, in spirito, acqua e sangue. Filosofo per forma mentis e formazione, letterato e Teo-filo per passione, editore digitale per professione, fanno di me un cultore del verbo e servitore della parola (altrui). Autore di tesi di laurea su un cardinale della Chiesa Cattolica, ex gesuita, von Balthasar, e su un letterato anglicano, Lewis che hanno in comune una visione teo-drammatica dell’esistenza, sto ultimamente dilettandomi nella loro revisione e pubblicazione.

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