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“La luce fa miracoli” per Cabiria di Fellini. La metanoia della protagonista di Le notti di Cabiria

“La luce fa miracoli”, è una frase del cineasta Federico Fellini. Ebbene la luce, che nel cinema è sia struttura che mezzo, nel film Le notti di Cabiria diventa deus ex machina, pietra filosofale.

Le notti di Cabiria esce nel 1957, il cinema italiano vive la coda lunga del neorealismo e Fellini è ormai uno dei più noti registi dell’epoca. Fellini partecipa all’umwelt di quel periodo, non si sottrae e quindi nel suo Cabiria ritroviamo elementi tipici del neorealismo come la periferia romana, abitata da quelli che Pasolini definirebbe sottoproletariato. E Pasolini non è citato casualmente, in quanto nel 1955 dà alle stampe Ragazzi di vita, viene notato da Fellini e chiamato dallo stesso come assistente alla sceneggiatura del film che ha in lavorazione, appunto Le notti di Cabiria. Resterebbe così un film come tanti del periodo, ma Fellini è altro, lui non appartiene più, se mai v’ha appartenuto, al neorealismo: lui nelle sue opere incarna il “realismo magico”. Non si ferma al materialismo, al positivismo; va oltre.

Ed ecco che allora un film come Le notti di Cabiria, nel suo realismo magico, non può accontentare tutta la critica. Da una parte i materialisti di area progressista, detrattori del film, che dalla rivista Il cinema nuovo non accettano l’incanto felliniano; dall’altra quelli de Il cinematografo, vicini all’Italia cattolica conservatrice, quasi rintracciando echi manzoniani, sdoganano e promuovono il film.

Ma dov’è l’incanto, dov’è l’eco manzoniana nella pellicola che ad Hollywood sarà premiata come miglior opera straniera?

Per spiegarlo, e la spiegazione non è mia ma di Paolo Fabbri – ex direttore della Fondazione Fellini, illustre semiologo e concittadino di Fellini – bisogna raccontare il film, la storia di Cabiria.

Cabiria è una prostituta, tutte le notti è ai bordi della strada ad aspettare il primo o il prossimo cliente. A lei comunque la vita va meglio che ad altre colleghe: non ha un protettore, ha una casa cioè una baracca tutta per sé, e perfino il termometro, come ci tiene a precisare in una scena dove la splendida Giulietta Masina, alias Cabiria, è ancor più brava di quello che è.

Ecco, Cabiria, nome d’arte, “è una che fa la vita”. È così che viene definita da un bambino per nulla ingenuo ad inizio della storia. Questa donna “che fa la vita”, nei vari episodi del film attraverserà un percorso per la redenzione: con tappe non certo lineari e la strada non sempre illuminata. Nel suo tragitto incontrerà angeli e demoni, come li definisce Fabbri: un angelo che aiuta i più poveri e miseri del panorama romano; ed un prestigiatore che nasconde corna da diavolo che tenterà di portare alla rovina Cabiria, che non è Cabiria. Perché proprio in questi due incontri lei dichiara il suo vero nome: Maria. Il personaggio si disvela, s’ha l’epifania del suo destino: il suo nome è Maria.

Ed è nel finale che la luce agisce, fa il miracolo, una luce al tramonto, “una luce strana” come la chiama Cabiria. Cabiria, avvolta in questa luce strana, è come in un cliché sedotta e abbandonata, anzi tradita nel profondo del cuore, ed è nel suo sconforto totale, durante l’ennesima frustrazione che lei Cabiria, quella “che fa la vita”, grida: “Non voglio più vivere! Non voglio più vivere!”

Ora è sera, le lacrime hanno sporcato di trucco il suo volto, le viene detto: “Buonasera”. Non è casuale, lei è Maria, quel buonasera è un ave. La metanoia è compiuta, lei ha detto il suo sì; e lo sguardo finale di Maria in camera è lo sguardo di chi non guarda più fino al materiale ma squarcia il velo per la trascendenza.

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