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Il futuro verrà da un lungo dolore e un lungo silenzio

Interrogativi sulla poesia, i poeti e la lingua

Rispondono:

Iosif Brodskij: (Leningrado 1940 – New York 1996) Poeta, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1987.
Fu accusato e condannato in Russia per essere un parassita sociale, per pornografia e per essere antisovietico. Visse in esilio molti dei suoi anni.
Testi: Iosif Brodskij, Dall’esilio, Milano, Adelphi

Giorgio Caproni: (Livorno 1912 – Roma 1990) È considerato uno dei più grandi poeti del secondo novecento italiano. Oltre che poeta è stato saggista, critico, traduttore di Baudelaire, Genet, Proust, Céline, e, per un breve periodo, maestro nelle scuole elementari.
Testi: Giorgio Caproni a cura di Roberto Mosena, Sulla poesia, Italosvevo, Trieste

Cesare Pavese: (Santo Stefano Belbo 1908 – Torino 1950) Poeta, scrittore, collaboratore e traduttore delle casa editrice Einaudi, nel 1950 vinse il premio Strega e si tolse la vita.
Testi: Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino

Alexander Pope: (1688 – 1744) «Il bardo di Twickenham», fu il più brillante poeta inglese della prima metà del settecento. Assieme a Jonathan Swift fu membro dello Scriblerus Club.

Testi: Alexander Pope, I bassifondi della poesia, Adelphi, Milano

La poesia

D- Da cosa nasce una poesia?

R- [Alexander Pope]: Deriva da quella che è, a mio parere, un’incontestata verità nel campo della medicina, e cioè che la poesia non è altro che una secrezione naturale o patologica del cervello. Così come non mi sognerei di impedire d’un tratto a un raffreddore d’avere il suo corso o di asciugare le suppurazioni del mio simile, allo stesso modo non posso ostacolare la sua necessità di scrivere. Si può affermare con tutta certezza che pressoché ogni genere umano oltre la soglia della fanciullezza abbia a un certo punto effettuato una qualche evacuazione poetica, e non c’è dubbio che si sia sentito meglio per questo […]. Da ciò ne consegue che la soppressione delle poesie peggiori avrebbe pericolose ripercussioni per lo Stato.

D- Più seriamente; quando “nasce”, se così è lecito dire, una poesia?

R- [Cesare Pavese]: Comincia quando uno sciocco dice del mare «Sembra olio». Non è affatto una più esatta descrizione della bonaccia, ma il piacere di avere scoperto la somiglianza, il solletico di un misterioso rapporto, il bisogno di gridare ai quattro venti che si è notato. E però è altrettanto sciocco fermarsi qui. Cominciata così la poesia, bisogna finirla e comporre un ricco racconto di rapporti che equivalga abilmente a un giudizio di valore.

D- Ma concretamente, qual è il suo modo di lavorare, di scrivere poesia?

R- [Cesare Pavese]: Quanto a me, la composizione di una poesia avviene in modo che –se non me lo mostrasse l’esperienza– mai avrei creduto. Muovendomi intorno a un’informe situazione suggestiva, mugolo a me stesso un pensiero, incarnato in un ritmo aperto, sempre lo stesso. Le diverse parole e i diversi legamenti colorano la nuova concentrazione musicale individuandola. E il più è fatto. Non resta ora che ritornare su questi due, tre, quattro versi, quasi sempre a questo stadio definitivi e iniziali, e tormentarli, interrogarli, adattare loro determinati sviluppi, finché càpito su quello giusto. La poesia è tutta da estrarre dal nucleo che ho detto. E ogni verso che si aggiunge lo determina sempre meglio ed esclude un numero sempre maggiore di errori fantastici. Sinché le possibilità intrinseche del punto di partenza sono tutte individuate e svolte secondo le mie forze; via via si sono andati formando sotto la penna nuovi nuclei ritmici, identificabili nelle varie singolari «immagini» del racconto; e giungo, svogliatamente perché l’interesse sta ormai finendo, all’ultimo verso conclusivo, quasi sempre disteso e riposato e riconnesso all’inizio e ricapitolante allusivamente i vari nuclei. Che sia la cristallizzazione di Stendhal? […] Ci fumo sopra e tento di pensare ad altro, ma sorrido stimolato dal segreto.

D- Per lei qual è la funzione della rima in una poesia?

R- [Giorgio Caproni]: La rima non è obbligatoria, però quando la rima c’è, quando il poeta mette la rima, ha uno scopo architettonico preciso, questa rima. E’ quello che in musica si potrebbe chiamare le consonanze e le dissonanze, e in architettura deve avere una funzione portante: cioè sono le due colonne che sorreggono un arco, non è un ornamento. Due idee che consuonano o dissonano, e che generano magari una terza idea. Basta prendere la Divina commedia, il primo canto, oggi se leggiamo soltanto le rime abbiamo già l’idea del primo canto: la vita, smarrita; la paura, dura, oscura, c’è già tutto il primo canto della Divina Commedia.

D- Pavese ci dice che la letteratura è una difesa contro le offese della vita, tra cui la solitudine; ma come, in quale modo, riesce ad essere quella difesa la poesia?

R- [Iosif Brodskij]: Non credo di sapere della vita più di un qualunque altro individuo della mia età, mi pare che un libro, come interlocutore, sia più fidato di un amico o dell’innamorata. Un romanzo o una poesia non è un monologo, bensì una conversazione, ripeto, del tutto privata, che esclude tutti gli altri –un atto, se si vuole, di reciproca misantropia. E nel momento in cui questa conversazione avviene lo scrittore è uguale al lettore, come del resto viceversa, e non importa che lo scrittore sia grande o meno grande. Questa uguaglianza è l’uguaglianza della coscienza. Essa rimane in una persona per il resto della vita sotto forma di ricordo, nebuloso o preciso; e presto o tardi, a proposito o a sproposito, condiziona la condotta dell’individuo […]. In quanto un romanzo o una poesia sono il prodotto di una reciproca solitudine –quella di uno scrittore e quella di un lettore.

Il poeta

D- Wislawa Szymborska dice accettando il Nobel per letteratura nel 1997 che i poeti di questi giorni nascondono la propria professione, allora come lo distinguiamo un poeta?

R- [Iosif Brodskij]: Esistono, come si sa, tre modi di cognizione: quello analitico, quello intuitivo e il modo noto ai profeti biblici, la rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che usa insieme tutti e tre questi modi […]. Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza; e si cade in uno stato di dipendenza, di assuefazione a questo processo, così come altri possono assuefarsi alla droga o all’alcool. Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamiamo un poeta.

D- E per analogia, se non chiedo troppo?

R- [Giorgio Caproni]: Il poeta è un minatore, è poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerìas del alma. E lì attingere quei nodi di luce che sotto gli strati più superficiali, diversissimi tra individuo ed individuo, sono comuni a tutti, anche se pochi ne hanno coscienza. […] Mi pare sia stato Proust, potrei sbagliarmi a dirlo, quando uno legge un poeta in fondo non fa che legger se stesso[…]. E s’arriva così all’altro paradosso: che quanto più il poeta s’immerge nel proprio io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo, appunto perché in quella profondissima zona del suo io è il noi.

Lingua

D- La lingua del nostro parlare e quella della poesia sono la medesima?

R- [Giorgio Caproni]: Era l’ora del rancio e il tenente d’ispezione o sergente di giornata diceva alla tromba: «Suona il rancio». La trombe emetteva un segnale secondo un codice stabilito, un ritornello, il soldato lo conosceva e si metteva in fila […]. Supponiamo che un sergente di giornata un po’ estroso invece di far suonare quel segnale dalla solita cornetta lo facesse suonare dal flauto […], è vero che il soldato percepirebbe il comunicato diciamo pratico, però rimarrebbe anche interdetto […]. Cioè percepirebbe un altro significato che è il è il significato musicale. Questa per me è la differenza fondamentale appunto tra linguaggio di normale comunicazione e linguaggio poetico[…]. Ora, generare emozioni, capaci di tradursi in sentimenti e in idee, magari diversi da quelli del senso letterale, mi sembra appunto, la funzione precipua della parola nel linguaggio poetico.

D- Ma tra lingua e poeta chi comanda?

R- [Iosif Brodskij]: Una persona si mette a scrivere una poesia per le ragioni più diverse: per conquistare il cuore di qualcuna o qualcuno; per esprimere il proprio modo di vedere la realtà che lo circonda […]. Ma poi, indipendentemente dalle ragioni per cui impugna la penna […], la conseguenza immediata di questa impresa è la sensazione di trovarsi in contatto diretto con la lingua, o più esattamente la sensazione di cadere in uno stato di dipendenza dalla lingua, da tutto ciò che in questa lingua è stato espresso, scritto e ottenuto […]. Il poeta, ripeto, è il mezzo per cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive.

D- Come vede nella letteratura l‘uso di una lingua quotidiana, piatta?

R- [Iosif Brodskij]: Ai nostri giorni è piuttosto diffusa l’idea che uno scrittore, in particolare un poeta, debba usare nella sua opera la lingua della strada, la lingua della folla. Nonostante la sua apparente democraticità e i tangibili vantaggi che ne derivano a uno scrittore, questa pretesa è semplicemente assurda, e rappresenta un tentativo di subordinare l’arte, nella fattispecie la letteratura, alla storia. Solo se abbiamo deciso che per l’homo sapiens è venuto il momento di fermarsi nella sua evoluzione, solo in questo caso la letteratura dovrà parlare la lingua del popolo. In caso contrario sarà piuttosto il popolo a dover parlare la lingua della letteratura.

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