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E tornammo a riveder Tarkovskij

Breve invito a rivedere Tarkovskij

Il nome di Andrej Tarkovskij è associato a film lungi, difficili, ma è lui stesso che corregge la prospettiva con cui affrontarli: “i miei film sono per un’élite? Sono incomprensibili? Poi, se il cinema è arte, è ridicolo distinguere fra arte facile e arte difficile. […] Certo, se il cinema è una merce, tipo chewing gum, allora non si può paragonarlo ad altri tipi di arte. Ma a mio avviso il cinema è arte, ha un’altissima qualità poetica e si pone a livello delle altre muse, delle arti più antiche e nobili. Goethe sosteneva che scrivere un buon libro è altrettanto difficile che leggerlo. O piuttosto: leggere un buon libro è altrettanto difficile che scriverlo.
Il pubblico, dunque, è anche un principio creatore”.

Il suo cinema lo si può descrivere partendo dal titolo del suo primo mediometraggio: Kato i skripka (il rullo compressore e il violino). Infatti il suo cinema è forte, smuove le viscere come un rullo compressore, ma allo stesso tempo è come il violino che ascende alle note più alte, è poesia che sprona l’uomo verso la sua essenza.

L’uomo, angosciato, svilito nel modernismo, è per lui il fulcro perché “è così in qualunque arte, anche nella pittura astratta! Persino i film che sembrano trascurare l’uomo, mettendolo in secondo piano, in realtà lo hanno al centro”.
Tarkovskij dice di sé stesso di sentirsi “più un poeta che un cineasta”, come suo padre Arsenij.
La poesia, come l’arte, è importante nella sua opera, e risulta assiomatica nel film Zerkalo (Lo specchio), dedicato alla madre, dove Tarkovskij sviluppa immagini e temi del suo cinema, un lavoro che è di base per i successivi più di quanto lo siano i suoi precedenti.
La forma poetica dei collegamenti eleva la tensione emotiva e rende più attivo lo spettatore“, è per questo che tanto la ama ed utilizza nel suo cinema che non vuole avere un approccio intellettuale ma emotivo.

L’immagine in Tarkovskij è di piani sequenza, colore e bianconero; di figure come l’acqua, il fuoco, la terra, la natura, la pioggia, di luoghi fatiscenti, di finestre. Non simboli, ma immagini, “che vanno intese letteralmente, non in senso figurato. Qual è la differenza? Che il simbolo può essere decifrato, un’immagine no, perché porta sempre in sé un riflesso del mondo, infinito, e non ha un significato definito. Alla fin fine, un’immagine racchiude un immenso numero di interpretazioni”.

Scolpire il tempo è il suo libro sul cinema, ed il modo per fare cinema: “la dominante assoluta dell’immagine cinematografica è costituita dal ritmo che esprime lo scorrere del tempo all’interno dell’inquadratura. Il fatto poi che questo stesso scorrere del tempo venga rivelato anche dal comportamento dei personaggi, dai trattamenti figurativi e dai suoni, tutto ciò costituisce una serie di componenti collaterali che, ragionando dal punto di vista teorico, possono essere del tutto assenti e, cionnondimeno, l’opera cinematografica esisterebbe lo stesso”. Il tempo è quindi scalpello e pietra per Tarkovskij, ed è così che riporta in luce i versi di suo padre:

Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.

Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e “Dio mio! ” tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo”

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

Primi incontri, Pervye svidanija, in A. A. Tarkovskij, Poesie scelte, Libri Scheiwiller, Milano 1989

About Camillo Samsa

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