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Alfie, un prodigio da proteggere

Non è passato moltissimo tempo da quando Charlie è salito al cielo e, in quel di Gran Bretagna, precisamente a Liverpool, già si paventa l’ipotesi di staccare la spina ad un altro bambino innocente: il piccolo Alfie Evans.

Come avevo già scritto nel mio precedente articolo, Charlie altro non era che il primo tassello di un puzzle che doveva portare a pieno compimento la strategia della macchina della morte.
Quest’ultima avrebbe dovuto potersi liberamente muovere tra i vari sentimentalismi per distruggere la vita degli innocenti che già patiscono una condizione di sofferenza estrema senza che qualcuno emetta sentenze sul valore o meno della loro vita.

Per cosa si rimuovono i supporti vitali? Per amore del bimbo?
Lo grido: è una menzogna!
Nessun amore che sia davvero tale può generare morte … iniziamo a chiamare le cose col loro nome, perché una delle cause del decadimento della nostra società sta anche nel non saper dare un nome alle cose.

Eutanasia e aborto sono due modi diversi e più “edulcorati” per dire la stessa cosa: omicidio.
Si, perché un feto non comincia ad essere umano scattata la mezzanotte dell’ultimo giorno del terzo mese di gravidanza (si tenga conto del fatto che il Sistema Nervoso Centrale di un essere umano compare alla terza settimana di gestazione, quindi si immagini come può essere a tre mesi) così come rimuovere il sostegno vitale dovuto ad un malato (che sia un bambino o un anziano), indipendentemente dalla sua malattia, causa la morte di un essere umano. Un mio carissimo amico sacerdote diceva ironicamente, commentando in un’omelia il caso di Eluana Englaro: “se dovete amarmi così, per favore, non amatemi”.

Alcuni obiettano: “ma se non ci fossero stati i macchinari quei bambini sarebbero morti naturalmente”.
Verissimo, senza il progresso della medicina saremmo tutti morti col primo raffreddore. Ma proprio in virtù del fatto che la medicina, grazie all’intelletto umano (dono grandioso, usiamolo), ha potuto fare passi da gigante nella cura di malattie di cui prima non si conosceva né la genesi né tantomeno la cura, possiamo e dobbiamo contribuire al suo sviluppo.

Uccidere le persone in nome della qualità della vita e in nome di un amore completamente privato della sua essenza significa ostracizzare la medicina e, per esteso, la ragione.
Logica vuole che se una persona che ho vicino a me viene colpita da un infarto provo a rianimarla e chiamo l’ambulanza: secondo la malsana logica del “tanto deve morire” uno dovrebbe aspettarsi di non essere soccorso in una situazione d’emergenza e lasciare che la patologia evolva nel suo naturale decorso.

La vicenda del piccolo Alfie Evans è ancor più significativa in quanto non si è giunti nemmeno ad una diagnosi sulla malattia che lo affligge e già lo si vuole eliminare. Dei tentativi di rimozione del supporto sono già stati fatti, ma lui è sempre riuscito a respirare autonomamente contro tutto e contro tutti: questo è il miracolo della vita a cui ognuno di noi dovrebbe rimanere aggrappato.
Alfie vuol vivere, così come lo voleva Charlie.

La sofferenza degli innocenti è senz’altro un mistero di fronte al quale nessuna logica umana può qualcosa: solitamente quando il nostro cervello si concentra su un problema fa sempre più luce (è esperienza di ogni studente, dalle elementari all’università) ma quando siamo di fronte alla problematica del dolore più cerchiamo una spiegazione e più gettiamo ombra fino ad arrivare all’apoteosi della follia.
Questa del dolore è un’eccezione per la ragione umana tanto quanto lo è per la fisica il fatto che l’acqua raffreddandosi invece di ridursi di dimensione si dilata. Non si può ragionare sulla sofferenza, ma questo non è un buon motivo per provare ad eliminarla in toto. Essa esiste, è un fatto e i fatti si fanno prepotentemente strada nelle nostre vite al di là delle nostre opinioni personali.

Per chi è cristiano la sofferenza assume una connotazione diversa in un Dio che si è fatto inchiodare sulla Croce. Già qui, in questa vita, nella nostra quotidianità, Lui si fa pian piano strada per farci quantomeno intuire come è in grado di tramutare la sofferenza, il dolore e il male in un bene. Lo fa in modi davvero misteriosi, ma lo fa.
Di episodi biblici in tal senso ce ne sono tantissimi, ma significativo è quello di Giuseppe, narrato nella Genesi dal capitolo 37 al 50: egli viene aggredito e venduto come schiavo, per invidia, dai fratelli (provate a pensare che dolore avrà provato, venduto dai suoi consanguinei). Egli si ritroverà alla fine in Egitto come Viceré, nominato dal Faraone e salverà il paese (compresi i fratelli che anni prima lo avevano trattato in quel modo) da una tremenda carestia. Invito caldamente i lettori a prenderne visione, la storia è a tratti anche divertente.

Ogni medico veda in questi bambini non un problema da eliminare ma un’occasione per approfondire la propria missione e scoprire come il nostro corpo possiede delle risorse a dir poco strabilianti: solo se si pensa alla moltitudine di variabili che in noi devono coesistere per garantire la nostra esistenza non si può non rimanere a bocca aperta. Noi non dobbiamo far altro che osservare, studiare e di conseguenza stimolare quelle risorse perché infine diano i frutti sperati. Glorificare Dio col proprio corpo, come esortava San Paolo, significa anche questo. Amarsi al punto da vedere se stessi e gli altri come descrive magnificamente il salmista nel salmo 138: “ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio”.

About Fabio Fuiano

22 anni, studente nella facoltà di Bioingegneria a Roma 3. Dottore in Ingegneria Elettronica.

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