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Negazione della dottrina del valore oggettivo unica sorgente di tutti i giudizi di valore

L’abolizione dell’uomo (AoM) #1
Negazione della dottrina del valore oggettivo unica sorgente di tutti i giudizi di valore

In un saggio pubblicato nel 1943 e intitolato The Abolition of Man, Lewis si lancia in una appassionata riflessione critica riguardante i valori morali, il loro darsi nell’esperienza, la loro origine e fondazione. Il sottotitolo dell’opera recita: Reflections on Education with Special Reference to the Teaching of English in the Upper Forms of Schools.

Sottotitolo non casuale poiché il primo capitolo apre la discussione prendendo in esame due libri di testo ideati, scritti e pubblicati per le scuole elementari, dei quali Lewis non rivela né titolo né autori. Il primo Il Libro Verde e i suoi autori Tizio e Caio, il secondo, Libro di Orbilius[1]. Walter Hooper[2] ha ricostruito i titoli originali dei lavori criticati da Lewis mostrandone al contempo la reale esistenza: Il Libro Verde di Tizio e Caio ha per titolo The Control of Language pubblicato nel 1940 da Alex King e Martin Ketley; titolo originale del secondo libro è The Reading and Writing of English pubblicato nel 1936 da E.G. Biaggini.

Nel loro libro King e Ketley menzionano e criticano un episodio della vita di Coleridge svoltosi durante una vacanza in Scozia con l’amico Wordsworth e la sorella di quest’ultimo Dorothy, tratto dai diari di quest’ultima[3].

Dorothy racconta che, durante una gita presso la cascata di Cora Linn vicino al villaggio di New Lanark, Coleridge scambiò qualche commento con una coppia di turisti che stavano osservando la chiusa. Egli fu particolarmente dilettato dal commento del primo turista che la cateratta “grand, majestic, sublime” e rise di cuore insieme ai Wordsworth di fronte all’improbabile accostamento contenuto nel giudizio del secondo turista che la definì “sublime and beautiful”.

King e Ketley criticano questo episodio affermando che sebbene il commento del primo turista («This is sublime»[4]) possa avere la parvenza di un’osservazione riguardante la cascata, invece altro non sarebbe che un’osservazione «solo sui suoi propri sentimenti»[5]. Sorvolando sia su ciò che il nostro autore definisce come il pons asinorum dell’argomentazione[6], sia sulle conseguenze realmente imbarazzanti a cui l’applicazione del punto di vista gnoseologico dei due autori – nel caso in cui venga portata alle estreme conseguenze – necessariamente condurrebbe[7], Lewis si dedica invece a sottolineare le conseguenze educative e antropologiche di una tale applicazione esercitata su menti giovani e indifese prima e sul resto dell’umanità poi[8].

Il giovanissimo studente che avesse approcciato il libro di King e Ketley, sarebbe giunto a credere che tutte le proposizioni contenenti giudizi di valore sono in realtà dichiarazioni riguardanti lo stato d’animo proprio o del proprio interlocutore e, in secondo luogo, che tali asserzioni sono assolutamente prive di valore e disprezzabili[9].

Il pensiero dei due autori non è in realtà esplicito nell’affermare una simile concezione, ma si “limita” a constatare che attraverso i giudizi di valore basati sui sentimenti «“noi sembriamo dire qualcosa di molto importante”»[10] riguardo a qualcosa, mentre invece staremmo «“solo dicendo qualcosa riguardo ai nostri sentimenti”»[11].

Ciò che i due autori imprimono immediatamente e in modo latente quanto, forse, indelebilmente nel pensiero del giovane studente non è semplicemente un’idea o una teoria, bensì il pregiudizio e la convinzione che tutti i giudizi ricavati a partire da un’esperienza emozionale sono conoscitivamente irrilevanti e che «tutte le emozioni originate per associazione sono in sé stesse contrarie alla ragione e disprezzabili»[12].

Contaminando lo spirito del giovane attraverso la riduzione razionalistica del cosmo emozionale e costringendo all’inedia la sensibilità del loro allievo, essi strappano a lui la possibilità di godere di esperienze proprie dell’uomo in quanto tale.

All’interno di questa eredità e di questa tradizione proprie dell’umanità, le emozioni possono essere ragionevoli o irragionevoli, congrue o incongrue all’oggetto di riferimento che non solo riceve ma richiede un giudizio di valore[13]. Nel turista che afferma la sublimità della cascata, la sua emozione di umiltà è adeguata alla realtà e quindi è riferita a qualcos’altro al di fuori dell’emozione medesima[14].

Il consenso e il dissenso di Coleridge e Wordsworth alle diverse reazioni dei due turisti si basava sulla convinzione che certe emozioni fossero più giuste e appropriate di altre rispetto alla cascata[15].

Traherne si domandava se l’uomo possa essere giusto «senza tributare alle cose la giusta stima a loro dovuta [poiché] ogni cosa è stata fatta per essere [sua] e [l’uomo] per apprezzarla secondo il suo valore»[16].

Una breve rassegna storico-filosofica viene prodotta dall’autore per delineare la prospettiva del problema.

Sant’Agostino identificava e definiva sinteticamente la virtù come ordo amoris, l’ordine dell’amore. La virtù è l’amore ordinato, la conformità all’ordine medesimo delle cose. Esso consiste nella giusta distribuzione degli affetti, nell’ordinazione degli affetti secondo il genere e il grado di amore appropriati all’oggetto del nostro affetto[17].

Aristotele identificava lo scopo dell’educazione nel guidare, fin dalla tenera età, l’allievo a provare i giusti sentimenti: «godere e soffrire per ciò che è conveniente»[18], gusto per ciò che merita il nostro amore e odio per ciò che merita il nostro profondo disprezzo[19]. Così educato agli «affetti ordinati o ai giusti sentimenti»[20], il fanciullo perverrà facilmente alla scoperta dei primi principi dell’etica e diventerà, in questo modo, virtuoso. Aristotele continua affermando che la virtù nulla ha a che spartire con l’insensibilità o l’impassibilità, ma si identifica invece con la capacità di compiere le migliori azioni fondate sul bene e relazionate a piaceri e a dolori.

Platone prima di Aristotele sosteneva infatti che il bambino non reagirà fin da subito in modo giusto, ma dovrà essere educato alle giuste inclinazioni[21]. Platone sosteneva nelle Leggi[22] che le sensazioni più tipiche dell’infanzia siano il piacere e il dolore e che insieme a queste sensazioni compaiano nel suo animo la virtù e il vizio. Da un punto di vista complessivo la virtù è definita da Platone come la proporzione armonica tra piacere, amicizia, dolore e avversione nell’anima del bambino, prima ancora che questi abbia sviluppato l’utilizzo della ragione. Egli dovrà essere guidato a dirigere i giusti sentimenti in relazione a ciò che è giusto amare o avversare. Questa guida e direzione è ciò che Platone intende per vera educazione, in seguito alla quale il giovane giungerà a cogliere chiaramente nelle opere della natura e in quelle dell’uomo il brutto e il bello, provando repulsione per il primo e lodando e nutrendosi del secondo così da diventare, in età adulta, uomo dal cuore gentile facilitato a riconoscere e ad accogliere la ragione quando essa verrà a lui, a motivo della conformità a essa.

Ciò che Lewis assieme ai pensatori occidentali appena citati sta affermando è che i consensi o dissensi, le affermazioni o negazioni che assumiamo rispetto alle emozioni (che possono essere in armonia o in disarmonia con la ragione), sono legati a e appartengono a «riconoscimenti di un valore oggettivo o reazioni a un ordine oggettivo»[23].

Tale riconoscimento non è esclusivo della saggezza occidentale ma è proprio anche della sapienza orientale. Nell’induismo delle origini la condotta degli uomini buoni «consiste nel conformarsi, o nel partecipare quasi, alla rta [termine sanscrito che significa verità od ordine], il grande rituale o schema del naturale e del sovrannaturale che si rivela tanto nell’ordine cosmico, quanto nelle virtù morali, e nel cerimoniale del tempio»[24]. Nell’Induismo il termine rta indica il senso fondamentale dell’ordine prefissato, la regola e il bilanciamento dell’universo. Per questo motivo l’rta necessita di essere osservato e rispettato attraverso sacrifici, rituali e comportamenti morali. Rta è una parola legata a rtu (le stagioni), che ricorrono con regolarità al di là del controllo dell’uomo e degli dei[25]. Mitra e Varuna sono pregati nei Veda come guardiani del rta, ma in realtà essi non sono mai considerati o descritti come suoi creatori o controllori[26]. L’rta è una realtà posta più in profondità degli stessi dei ed è loro fondamento. L’rta anticipa l’impersonale legge del karma e l’onnipervasiva regola del dharma. La rta è la verità, ovvero «la corrispondenza alla realtà»[27].

A questo proposito i cinesi si rifanno al concetto di tao. Insieme alla bipolare nozione di yin e yang, il tao costituisce una costante del pensiero e della religione cinese. Esso indica il “corso delle cose”, il flusso vitale che agisce e intesse la realtà attraverso l’alternanza dello yin e dello yang, principi femminile-passivo e maschile-attivo, forze attraverso le quali il tao presiede ai mutamenti dell’universo[28]. Esso indica analogamente all’indiano rta la «realtà al di là da tutti i predicati, l’abisso che esisteva prima del Creatore Stesso»[29]. Il tao è «la Natura, il Cammino, la Via […] su cui l’universo procede, […] per cui le cose perennemente emergono […] nello spazio e nel tempo. Ed è anche la Via che ogni uomo dovrebbe percorrere in imitazione di quella cosmica e sovracosmica […], conformando ogni sua attività a quel grande modello»[30]. Il tao è quindi per i filosofi taoisti, l’elemento originario nel quale è necessario immedesimarsi e al quale è necessario abbandonarsi[31].

Lewis riassume idealmente con il termine tao – ampliato e universalmente esteso nel significato – la saggezza occidentale e quella orientale. Per brevità e comodità[32] intende raccogliere con questo termine i Primi Principi della Ragione Pratica, la Legge Naturale, la Morale Tradizionale, la Dottrina del Senso Comune o dei Primi Luoghi Comuni. Lewis identifica per brevità e sinteticità con tao la dottrina che reca in tutte le sue forme platonica, aristotelica, stoica, cristiana e orientale, il comune riferimento a una realtà oggettiva del valore[33]. Per il momento a Lewis non interessa far emergere distinzioni e differenze ma affermare la pretesa transculturale, universale e certa della persistenza e della permanenza di un nucleo o di un gruppo di valori comunemente riconosciuti[34].

Completamente contrari al tao King e Ketley affermano invece – seppur implicitamente – l’assoluta irrazionalità delle emozioni e la conseguente assurdità dei giudizi di valore basati su di esse. Essi intendono rifiutare qualsiasi riferimento dell’emozione a quel qualcosa di oggettivo posto fuori di essa e si pongono al di fuori di quella che Lewis nomina come dottrina del valore oggettivo[35].

Per comprendere in profondità le estreme conseguenze a cui il sostrato teoretico condiviso da questi due autori condurrebbe, Lewis abbandona loro e i loro testo per dedicarsi a un approfondimento del problema che il loro volume – rivolto agli studenti delle scuole elementari – non avrebbe consentito di trattare.

La loro posizione presenta infatti delle difficoltà strutturali e alla fine incompatibili con il loro implicito intento innovatore e rivoluzionario[36]. Essi infatti non rifiutano totalmente la dottrina del valore oggettivo e la totalità dei valori tradizionali in quanto tali poiché la scrittura e la stesura e la diffusione del loro volume atta a infondere nel giovane il loro particolare giudizio è a tutti gli effetti un fine che rappresenta per loro un valore, il quale ammette di per sé stesso che un certo stato di cose sia – in qualunque modo si presenti la questione – buono in sé stesso e non semplicemente per il soggetto che ne proclama la bontà[37]. Il loro rifiuto dei valori tradizionali non è ancora totale, ma limitato all’arbitrario ridimensionamento dei valori da loro considerati tradizionali o “sentimentali”[38]. Se essi considerano i valori tradizionali come soggettivi, ce ne sono degli altri – i propri – che non considerano affatto soggettivi[39].


[1] Cfr. AoM, p.10.

[2] Cfr. Hooper 2005, p.332.

[3] «Una signora e un signore, turisti più rapidi di noi, raggiunsero il punto di osservazione, lasciandoci indietro. Li ritrovammo sul posto, al di sopra delle cascate. Coleridge, che è sempre abbastanza benevolo da entrare in conversazione con chiunque incontri sulla sua strada, cominciò a parlare con il signore, che gli fece notare la maestosità della cascata. Coleridge fu molto contento dell’accuratezza dell’epiteto. Lo fu in modo particolare perché era ben cosciente del preciso significato della parola grandioso, maestoso, sublime, ecc.., e aveva discusso lungamente di ciò con William il giorno precedente. “Si, signore,” disse Coleridge, “è una cascata maestosa”. “Sublime e bellissima”, replicò l’amica del turista. Il povero Coleridge non riuscì a rispondere, e, non molto desideroso di continuare la conversazione, venne verso di noi e riferì l’aneddoto, ridendo di cuore» (Dorothy Wordsworth’s Recollections of a Tour in Scotland A.D. 1803, J. C. Shairp, James Edition, Thin The Mercat Press,  New York 1981, p.37).

[4] AoM, p.2.

[5] AoM, p.5.

[6] Anche se considerassimo le emozioni unicamente come qualità proiettate dalla nostra mente sulle cose, le emozioni che causano la proiezione sarebbero in ogni caso il correlativo e l’opposto delle qualità proiettate. I sentimenti che portano il turista ad affermare che la cateratta è grandiosa, maestosa e sublime non sono certo sentimenti di sublimità, ma di venerazione.  Cfr. AoM, p.11.

[7] Se questo metodo fosse portato alle estreme conseguenze, condurrebbe a trasporre il giudizio «Tu sei spregevole» in «provo sentimenti spregevoli»; oppure «I tuoi sentimenti sono spregevoli» significherebbe in realtà che «I miei sentimenti sono spregevoli». Cfr. AoM, p.11.

[8] Cfr. AoM, p.5.

[9] Cfr. AoM, p.11.

[10] AoM, p.12.

[11] AoM, p.12.

[12] AoM, p.15.

[13] Cfr. AoM, pp. 21-23; Cfr. Cfr. CSLaP:TG&B, “The Abolition of Man: C.S. Lewis’s Prescience Concerning Things to Come”, Kindle Edition, pos. 936.

[14] Cfr. AoM, p. 26.

[15] Cfr. AoM, p.14.

[16] Cfr. AoM, p. 22.

[17] Cfr. AoM, p. 22.

[18] Aristotele, Etica Nicomachea 1104B.

[19] Cfr. AoM, p.16.

[20] AoM, p.16.

[21] Cfr. AoM, pp.15-16.

[22] Cfr. Platone, Leggi, 653.

[23] AoM, p.19.

[24] AoM, pp.16-17.

[25] L’Universale Garzanti, Filosofia, p.527.

[26] L’Universale Garzanti, Filosofia, p.527.

[27] AoM, p.17.

[28] L’Universale Garzanti, Filosofia, p.1102.

[29] AoM, p.18.

[30] AoM, p.18.

[31] L’Universale Garzanti, Filosofia, p.1102.

[32] AoM, p.18.

[33] AoM, p.18.

[34] Cfr. CSLaP:TG&B, “The Abolition of Man: C.S. Lewis’s Prescience Concerning Things to Come”, Kindle Edition, pos. 982.

[35] Cfr. AoM, p.20.

[36] Cfr. AoM, p.20.

[37] Cfr. AoM, p.34. Sarebbe ingannevole identificare la qualità del valore da loro proposto con aggettivazioni trasversali come “necessario” o “progressivo” o “efficiente”, invece che ricorrere a “bene per sé stesso”. Le aggettivazioni precedenti infatti sarebbero realtà penultime che condurrebbero inevitabilmente alla domanda ultima. Cfr. AoM, p.28.

[38] Cfr. AoM, p.29.

[39] Cfr. AoM, p.29. ; Cfr. CSLaP:TG&B, “The Abolition of Man: C.S. Lewis’s Prescience Concerning Things to Come”, Kindle Edition, pos.1003.

About Francesco Tosi

Francesco Tosi: 1986 Rimini, avevo così voglia di vivere che sono nato prima di nascere (al quinto mese), poi ho continuato a nascere e rinascere nel corso della mia vita, in spirito, acqua e sangue. Filosofo per forma mentis e formazione, letterato e Teo-filo per passione, editore digitale per professione, fanno di me un cultore del verbo e servitore della parola (altrui). Autore di tesi di laurea su un cardinale della Chiesa Cattolica, ex gesuita, von Balthasar, e su un letterato anglicano, Lewis che hanno in comune una visione teo-drammatica dell’esistenza, sto ultimamente dilettandomi nella loro revisione e pubblicazione.

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