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Introduzione alla Drammatica in Hans Urs von Balthasar

Libertà infinita e Libertà finita
Introduzione alla Drammatica in Hans Urs von Balthasar

Hans Urs von Balthasar tratta la questione antropologica seguendo un doppio movimento di pensiero: tale duplice percorso si svolge sia nel movimento che va dall’uomo verso Dio sia viceversa.

Sebbene Balthasar consideri i due movimenti come non separabili l’uno dall’altro, egli preferisce partire dal movimento per così dire «dal basso»[1]. Solo partendo da tale movimento, a noi esperienzialmente noto, risulta possibile rendersi conto dal di dentro della radicale impossibilità, per la libertà puramente umana, di autosostenersi: la struttura di tale libertà non è pensabile se non in una costitutiva relazione con la libertà infinita, che si configura come suo fondamento.

Occorre però chiarire preliminarmente la concezione del dramma che vedrà poi il proprio svolgimento. Con il termine dramma Balthasar indica il dinamismo relazionale: esso è drammatico nella misura in cui i soggetti coinvolti nella relazione esercitano la propria libertà l’uno nei confronti dell’altro[2]. Balthasar distingue qui tra una drammatica puramente umana e una drammatica teologica, detta “teodrammatica”. Quest’ultima è possibile solo là dove Dio entri in scena nel gioco dell’esistenza esattamente come accade a un personaggio in un’azione teatrale distinto da altri personaggi. Solo introducendo questo personaggio sui generis infatti è superata la tragedia dell’illusione nella quale l’uomo incorre, quando crede di poter riempire il proprio spazio illimitato di libertà in una esistenza essenzialmente limitata la quale viene oltretutto spezzata, secondo tutte le apparenze, con la morte. Secondo Balthasar non si dà dramma, ma tragedia, se Dio non entra nell’orizzonte dell’umana esistenza, salvandola dalla sua insormontabile finitezza[3]. La vita dell’uomo sarebbe allora una perenne lotta contro il proprio limite per negarlo, tentativo inevitabilmente destinato al fallimento. Fallimentari sono inoltre tutti i tentativi di cancellare la differenza che sussiste tra ente (uomo) ed essere (assoluto, Dio), cercando di escludere metodicamente l’assoluto (Dio), e concentrare ogni possibile significato entro lo spazio intramondano. Tuttavia, giunti anche al punto di accettare l’entrata in gioco di Dio all’interno della scena drammatica del mondo, il problema non è affatto risolto. Anche riconoscendo e accettando la differenza, sorge la domanda: come l’uomo può reggere, con la sua drammatica e personalissima esistenza, davanti all’assoluto? Sarebbe tragica l’esistenza, se il «fondo portante»[4] di tutta la realtà finita fosse un Dio pensato come il Totalmente Altro distaccato da essa. In questo modo la tensione drammatica che ha luogo nel mondo sarebbe insignificante agli occhi di un Dio così concepito. Davanti alla pace dell’assoluto immutabile tutto il rumore del divenire e perire ammutolirebbe[5]. Come dunque – si chiede Balthasar – si deve configurare il rapporto tra l’uomo e Dio? La risposta non è ricavabile a partire dall’uomo. Solo quando accade l’evento assolutamente imprevedibile di un Dio che, senza cessare di essere Dio, diventa uomo, è finalmente offerta una risposta attendibile[6]. In questo modo Dio non è quindi più qualificabile come il Totalmente Altro: Balthasar lo definisce utilizzando un espressione cara a Niccolò Cusano come il Non-aliud[7]. La libertà finita non può essere compresa appieno dunque, se non nel rapporto con la libertà infinita che non solo la illumina, ma è anche condizione di possibilità del suo darsi[8].

Risolto questo primo quesito, altre domande sorgono nell’orizzonte dell’umana azione drammatica: «chi è e come è fatto questo Dio che, senza alterarsi, può far uscire da sé delle libertà finite? Chi è e come è fatto il portatore di una simile libertà finita? Chi è e come è fatto costui, se il suo nome è uomo, incomprensibile mistura di materia dal basso e di Dio dall’alto? Come può un essere simile in genere esistere come un’unità, come può atteggiarsi ed agire? Chi sarà e come sarà fatto infine il mediatore che, assumendo il dissidio tra il ‘tutto’ e il ‘qualcosa’, lo raccoglie in sé questo dissidio e poi lo toglie?»[9]. Tali domande non sono astratte, ma sono tratte fuori dal dramma che, come avremo modo di illustrare nei prossimi articoli, sono tratte da qualcosa di «unicamente concreto»[10]. La loro apparente astrattezza (dal dramma in corso) porta in luce il problema metodologico della presentazione dei personaggi fuori dal corso della rappresentazione. Per superare questa difficoltà Balthasar propone una via di mezzo rispetto a una «descrizione di essenza»[11] statica: nel descrivere i ‘personaggi’ separatamente l’uno dall’altro, non li pensa mai prima o fuori dall’azione, ma li trattiene per un momento nell’azione e li interroga su chi essi siano.

Seguendo san Tommaso[12], von Balthasar, domandandosi se sia poi più opportuno iniziare la sua indagine dalla libertà finita piuttosto che da quella infinita, risponde che sebbene Dio sia la cosa più evidente quoad se, non lo è tuttavia quoad nos. Egli decide pertanto di iniziare la sua indagine partendo dalla libertà finita, la sola a noi nota per esperienza. Partiamo dunque da questa, senza dimenticare la sua costitutiva relazione con la libertà infinita: il nostro autore afferma infatti che «teodrammaticamente non possiamo illuminare la struttura della libertà finita senza la luce che cade da Cristo sulla libertà divina»[13].


[1] Scola 1991, p. 102.

[2] «Se deve esserci un dramma, ci devono in primo luogo essere dei soggetti liberi che a partire dalla libertà di cui sono dotati possono entrare in inter-azione reciproca» (TD II, p 66).

[3] Il dramma dell’esistenza umana si percepisce come sospensione. La domanda di significato che costituisce l’uomo gli    spalanca davanti la possibilità struggente di inoltrarsi dentro al Mistero. Il dramma della libertà umana, come capacità di partecipare all’essere, sta nella volontà o meno di aderire a questa immensa evidenza: può possedere tutte le ragioni adeguate, ma nulla la sottrae al rischio continuo che comporta una tale adesione (cfr. Scola 1991, pp. 104-105; Giussani, 2003, pp. 183-184).

[4] TD II, p. 48.

[5] Cfr. TD II, p. 49.

[6] Cfr. TD II, p. 51.

[7] Cfr. TD II, p. 187.

[8] «Come potresti Tu darti a me se Tu non mi avessi prima dato a me? Quando io nella pace della contemplazione riposo, Tu rispondi, Signore, nel più intimo del mio cuore: Sii tuo, allora Io sono tuo. O Signore, tu profumo di ogni dolcezza, hai affidato alla mia libertà di appartenere a me stesso a mio piacere. Tu travolgeresti altrimenti la mia libertà, poiché Tu non puoi essere mio, quando anch’io non sono mio. E poiché Tu hai affidato tutto questo alla mia libertà, non mi costringi, ma aspetti che io scelga di appartenere a me» (Niccolò Cusano, De visione Dei, 7).

[9] TD II, p. 188.

[10] TD II, p. 189.

[11] TD II, p. 20.

[12] Cfr. TD II, p. 198.

[13] TD II, pp. 198-199.

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About Francesco Tosi

Francesco Tosi: 1986 Rimini, avevo così voglia di vivere che sono nato prima di nascere (al quinto mese), poi ho continuato a nascere e rinascere nel corso della mia vita, in spirito, acqua e sangue. Filosofo per forma mentis e formazione, letterato e Teo-filo per passione, editore digitale per professione, fanno di me un cultore del verbo e servitore della parola (altrui). Autore di tesi di laurea su un cardinale della Chiesa Cattolica, ex gesuita, von Balthasar, e su un letterato anglicano, Lewis che hanno in comune una visione teo-drammatica dell’esistenza, sto ultimamente dilettandomi nella loro revisione e pubblicazione.

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